Zurigo, 14 novembre 2025 – Beitrag auf Deutsch lesen
È stato un autunno di fuoco. Le strade svizzere hanno tremato sotto i passi di migliaia di lavoratori edili. Caschi rossi, bandiere rosse, voci che non si piegano. Oggi a Zurigo la protesta ha raggiunto il suo culmine: un fiume umano che ha invaso la città, gridando dignità.
Tutto è iniziato il 20 ottobre a Bellinzona. Cantieri deserti, attività ferme, oltre 2000 muratori e operai in piazza. Il segnale chiaro: basta sfruttamento. Poi Berna, il 31 ottobre, dove gli operai si sono radunati davanti al palazzo federale a Berna e poi a Ginevra, Losanna, Basilea e Aargau. Una marea di lavoratori e lavoratrici che ha travolto le strade svizzere in nome di rispetto e dignità per il proprio lavoro. E infine Zurigo, oggi 14 novembre, piazza che esplode di rabbia e orgoglio.
Al centro del conflitto c è il rinnovo del contratto collettivo nazionale dell edilizia, che scadrà a fine anno. È su questo terreno che le posizioni si sono irrigidite.
Le rivendicazioni
Secondo i sindacati del settore, le proposte dell associazione padronale prevedono una serie di cambiamenti che peggiorerebbero in modo drastico le condizioni di lavoro:
- un aumento della flessibilita degli orari fino a settimane che potrebbero arrivare a 50 ore nei periodi di punta,
- maggiori possibilita di licenziare i lavoratori oltre i 55 anni, in particolare se malati o infortunati,
- piu lavoro il sabato, con una riduzione dei supplementi,
- modifiche al trattamento della tredicesima e delle indennita in caso di malattia e infortunio,
- una protezione piu debole contro i licenziamenti.
Per i sindacati si tratta di un attacco frontale alla dignità e alla salute dei lavoratori, un segnale di disprezzo verso chi, ogni giorno, costruisce il Paese tra polvere, rumore e rischio. Così ci racconta la situazione Matteo Mosca, funzionario sindacale Unia:
“Oggi 14 Novembre concludiamo qui a Zurigo le nostre proteste contro le folli pretese delle parti padronali. Pretendono orari di lavoro umanamente insostenibili, fino a 50 ore settimanali. Continuano ad attaccare in modo arrogante le rivendicazioni dei lavoratori del settore, riducendo diritti sociali fondamentali come, l’indennità di malattia e infortunio, la tredicesima e le tutele sui licenziamenti.”
Parole dure, ma per molti dei presenti la propria vita quotidiana. La rabbia è palpabile, la paura per il futuro anche, ma la determinazione sembra più forte.
Dal canto suo, l’associazione padronale degli impresari costruttori dichiara di voler mantenere invariato il monte ore annuo di lavoro (pari a circa 40,5 ore settimanali in media), introducendo pero più flessibilità per adattarsi meglio al meteo e ai cicli di lavoro, parlano di modernizzazione e semplificazione del contratto.
Il tavolo delle trattative non avanza. A oggi non è stato trovato un accordo e il tempo stringe: il contratto attuale scadrà a fine anno. La tensione è alle stelle e se le loro rivendicazioni dovessero rimanere inascoltate, le mobilitazioni potrebbero continuare e intensificarsi, dichiarano i lavoratori. Perché in questo mese gli edili lo hanno dimostrato: quando la dignità per la persona e per il loro lavoro è in gioco, nessun cantiere può andare avanti.
La lotta continua
Questa lotta non riguarda solo chi lavora tra polvere e cemento per costruire case, strade, scuole, ma tocca un nodo più profondo: quanta vita siamo disposti a sacrificare al lavoro? Gli edili lo dicono senza giri di parole: non vogliono essere trattati come pezzi di ricambio. Rivendicano il diritto di tornare a casa la sera con abbastanza energie per giocare con i figli, prendersi cura di chi amano, avere tempo per vivere. Rivendicano un salario che permetta di affrontare il rincaro senza dover moltiplicare le ore di lavoro.
Le piazze di questo autunno non erano popolate solo da operai. A fianco degli edili hanno sfilato lavoratrici e lavoratori della gastronomia, carpentieri, commesse, educatori sociali, infermiere. Molti di loro vedono in questa battaglia uno specchio delle proprie condizioni: turni lunghi e debilitanti, salari che faticano a tenere il passo con il costo della vita.
Difendere i diritti degli edili, dicono i sindacati, significa difendere i diritti di tutti. Le associazioni padronali ribattono che senza imprese competitive non ci saranno neanche posti di lavoro da difendere. Tra queste due visioni si gioca la partita di un intero settore, e forse anche un pezzo importante del futuro del lavoro in Svizzera.
Una cosa, però, appare evidente dopo questo autunno: le persone sono ancora pronte a combattere per i loro diritti, a unirsi in nome di una giustizia sociale, con solidarietà e fermezza.
E finché si le loro posizioni non saranno ascoltate, le piazze continueranno a riempirsi.
La manifestatione in Immagini








